Veniamo dai confini dell’impero

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A seguire il testo dell’intervento fatto al lancio de “L’Italia in Comune”, movimento politico di sindaci civici promosso da Alessio Pascucci, sindaco di Cerveteri. L’evento si è tenuto a Roma domenica 3 dicembre, moderato da Eva Giovannini.

Fino a sei mesi fa avevamo disegnato e promosso policy nelle istituzioni — in Italia come pure in Europa e a livello internazionale — e facilitato scambio di buone prassi grazie al nostro impegno associativo.

Ci sentivamo, nel nostro quotidiano, hacker del sistema, ma anche piuttosto isolati e consapevoli che le cose più interessanti che volevamo fare non potevamo farle da soli.

E abbiamo capito che dovevamo spostarci nel terreno della politica e provarci in prima persona.

Vi ricorda qualcosa?

Quando Alessio [Pascucci] mi ha parlato de L’Italia in Comune e della vostra intenzione di trasformarla in un movimento politico, ho pensato che quello che stiamo facendo si assomiglia molto. Non tanto quello che stiamo facendo Alessio ed io come persone; ho pensato che le due storie si assomiglino molto come maturazione di un pensiero — e di un desiderio — di gruppo.

Abbiamo costituito Movimenta, associazione radicale, perché i diritti sono centrali, ma soprattutto perché riteniamo centrali l’integrità la trasparenza, e il metodo. Il metodo per noi vuol dire non solo studiare prima di parlare. Vuol dire anche non tirare a campare, ma provare ad anticipare il futuro.

Dobbiamo anzitutto dilatare il tempo: basta misure piccole, basta toppe, basta intervenire sull’ultima legge con questo o quell’emendamento “corporativo”. Serve ripensare le regole del gioco.

Vi faccio alcuni esempi di come provare a ragionare partendo dal futuro e venendo a ritroso, fino ad oggi.

Tassisti contro autisti di Uber. Ricordate lo scontro? Quelli più intelligenti e in buna fede si sono messi a discutere di quale potesse essere la migliore regolamentazione per riconciliare gli uni e gli altri. Ammesso che ci sia. Ma il punto è che nessuno ha detto che tra dieci anni le auto probabilmente si guideranno da sole. Quelle dei tassisti. E quelle degli autisti di Uber.

Oppure Amazon. Siamo tutti preoccupati per i lavoratori che protestano. Per le condizioni di lavoro dure, o perché i salari non sono buoni. Ma anche qui: tra qualche anno saranno sostituiti dai droni. In America sta già succedendo. Amazon sta sperimentando i droni per consegnare medicine a domicilio. C’è un vice sindaco di un piccolo paese di diecimila abitanti in provincia di Ravenna che mi ha raccontato i ragionamenti che sta facendo con le sue due farmacie non per contrastare i droni, ma per anticipare Amazon. Io mi sono convinto che voi siete questi vice sindaci qui.

Oppure le elezioni studentesche recenti, che hanno portato a vincere l’estrema destra in un numero impressionante di scuole. Che cosa diventa, tra dieci anni, un Paese di adolescenti di estrema destra?

E poi dobbiamo dilatare lo spazio, e qui arriva la dimensione europea. Perché solo l’Europa può permetterci di ancorare i diritti e le libertà fondamentali. O può permetterci di affrontare le grandi sfide del nostro tempo, come le migrazioni o lo sviluppo economico.

Ci sono tre ambiti d’azione su cui voglio ragionare qui con voi oggi.

(1) Il primo sono i diritti. Non solo quelli che hanno ancora bisogno di una legge, come lo ius soli o il fine vita, ma anche quei diritti che una legge l’hanno avuta magari da tempo e faticano però ad entrare nella “disponibilità” delle persone. Pensate al diritto all’istruzione in un’area isolata quando manca lo scuolabus. Sto pensando all’importanza del livello locale, della prossimità, per la declinazione quotidiana di un diritto.

(2) Il secondo ambito è il lavoro, inteso come “aggancio alla società”. E qui la questione si fa più complicata, perché non c’è legge che tenga. Nemmeno l’articolo 1 della Costituzione, perché i posti di lavoro non li puoi creare per decreto. Per questo preferisco parlare di “diritto all’opportunità”. E su questo dobbiamo solo scongiurare la nostalgia. Non possiamo tollerare che ci siano lavoratori invisibili, e dobbiamo fare in modo che il lavoro sia sempre dignitoso. Perché il dramma moderno è che anche quelli che lavorano si sentono insicuri. Ma lo dico nella maniera più netta che posso: voglio evitare di passare i prossimi mesi a discutere di articolo 18; a discutere se dobbiamo reintrodurlo o meno. Credo, invece, che dobbiamo passarli a capire se non sia il caso di introdurre il salario minimo come parte di una risposta moderna.

(3) E poi c’è un terzo tema fondamentale, il meno sexy di tutti, ma che non posso non citare qui, parlando a sindaci e amministratori locali: la Pubblica Amministrazione.

Tre pensieri, rapidamente. Il primo — so che vi aspettereste che io dicessi il contrario — ma dobbiamo assumere. A migliaia. Mi rispondono: ma lo stiamo facendo. Alt! Perché dobbiamo assumere le persone con le competenze che ci servono, non necessariamente coloro con i quali lo Stato ha contratto un debito di riconoscenza, che è un altro problema enorme ma che non si risolve ipotecando la Pubblica Amministrazione per i prossimi dieci anni. Esiste un altro debito pubblico che non è quello che genera 70 miliardi di interessi ogni anno e che bisogna avere la forza di gestire senza scorciatoie.

Secondo pensiero: serve non meno, ma più discrezionalità. Non possiamo pensare che sia l’ANAC a sostituirsi a tutti. Non è giusto per l’ANAC e non è giusto per noi. Non possiamo costruire un Paese sull’idea che chiunque potrebbe, a certe condizioni, finire corrotto. E soprattutto, quando gli inglesi hanno voluto sconfiggere gli hooligan, non hanno alzato le gabbie. Le hanno tolte.

Terzo pensiero, dobbiamo lavorare sul concetto di accompagnamento delle politiche invece di limitarci alle “valutazioni di impatto”. Non possiamo solo misurare dopo un certo periodo di tempo, perché la differenza la fa come disegniamo i processi di accompagnamento nel tempo.

Voglio dirvi una cosa molto chiara: non sono venuto a darvi pacche sulle spalle, né a proporvi di FARE politica insieme. Sono venuto a vedere se siete davvero la promessa di cambiamento che state promettendo. Sono venuto a dirvi di provare ad inventare insieme il prossimo modo di ESSERE politici.

Io credo, ad esempio, che la politica del futuro non dia qualcosa, ma abiliti qualcuno.

Che cosa vuol dire il prossimo modo di essere politici? Esattamente non lo so ancora. Ma comincio a sentirlo. Per farlo sentire anche a voi, vi propongo un piccolo sforzo di immaginazione.

Immaginate se qui fuori, per strada, ci fossero carrozze tirate da cavalli. Siamo alla fine dell’800. C’è chi produce le ruote, chi è specializzato in ferri di cavallo, chi lavora come cocchiere, chi ha una piccola fabbrica che produce la vernice per colorare il legno. Ecco, noi non dobbiamo essere quelli che fanno la prossima carrozza, magari più bella o veloce. Noi dobbiamo essere quelli che inventano l’automobile.

Per riuscirci dobbiamo, prima di tutto, uscire dalla sindrome del “tanto può funzionare solo in un certo modo”. Da troppo tempo, per mancanza di risorse e per vincoli burocratici, amministrazione è diventato sinonimo di manutenzione. Ma noi dobbiamo fare in modo che amministrazione torni ad essere anzitutto sinonimo di visione.

Per riuscirci, inoltre, dobbiamo unire le forze.

A noi manca la presa sui territori e vogliamo assolutamente evitare di calare dall’alto; a voi manca un ancoraggio nazionale ed europeo, non a questo o quel personaggio ma ad una classe di coetanei che negli ultimi vent’anni ha fatto un percorso parallelo crescendo con una prospettiva globale che è stata naturale e vissuta, non ascoltata alla radio.

Oggi abbiamo la possibilità di fare nuova sintesi, mettendo insieme macro e micro, scenari e vissuto quotidiano delle persone.

Penso che ciò che ci unisce sia molto di più di ciò che ci separa. E non parlo di diritti, o di lavoro, o di riforma della PA, ma di antropologia. Parlo del fatto che tutti, voi e noi, veniamo dai confini dell’Impero.

Provate ad immaginare per un secondo che cosa potremmo combinare insieme. Magari non viene fuori niente. O magari ne esce fuori qualcosa che nessuno ha mai visto prima.

Da dove partiamo?

Noi abbiamo deciso di lanciarci nelle prossime elezioni. Con la lista +EUROPA promossa da Emma Bonino, perché vogliamo portare nel dibattito l’Europa come unico campo da gioco per gli anni a venire. Un tempo avevamo la questione meridionale. Oggi la questione ce l’abbiamo a settentrione, ed è quella europea.

Esiste un enorme problema di raccolta firme, a causa di una legge elettorale scritta da chi non pensava che qualcuno che non fosse già in Parlamento avrebbe avuto l’ardire di provare a rinnovare la classe politica del nostro Paese.

Questo della raccolta firme è un terreno molto operativo, su cui il vostro sostegno — rispetto alla necessità di autenticare — non sarebbe cosmetico ma potrebbe decidere se ce la facciamo o meno.

È una sfida enorme, ma può essere anche una bella occasione per misurare ciò che potremmo provare a diventare. Per i rapporti tra noi, io la vedo come una grande accelerazione. Usiamola per conoscerci, annusarci, lavorare insieme nei territori, sviluppare un nucleo di idee in comune — per andare oltre la simpatia che possono avere tra loro Alessio Pascucci e Alessandro Fusacchia. Usiamola per passare dalle storie dei singoli alle storie di gruppo.

Voglio lasciarvi con una citazione. Da un libro molto bello del premio Nobel José Saramago. A dispetto del titolo, Saggio sulla lucidità, si tratta di un romanzo. Non ho potuto non leggerlo: perché contiene l’unica parola — lucidità — che esercita su di me un’attrazione più forte di inquietudine, che è il tratto che mi ha generosamente attribuito Eva presentandomi poco fa.

Il romanzo si apre con un’elezione amministrativa in una grande città. Nessuno si aspetta un’affluenza così alta al voto, al punto che le autorità decidono di tenere aperti i seggi per oltre due ore in più del previsto, così da consentire di votare a tutti coloro che sono in fila. Un’affluenza che non si giustifica; che non si capisce. Fino a quando si scopre che cosa stava succedendo:

“Era passata la mezzanotte quando lo scrutinio terminò. I voti validi non arrivavano al venticinque percento, distribuiti fra il partito di destra, tredici per cento, il partito di mezzo, nove per cento, e il partito di sinistra, due e mezzo per cento. Pochissimi i voti nulli, pochissime le astensioni. Tutte le altre schede, più del settanta percento del totale, erano bianche.

Sono venuto a dirvi che — per quanto affascinante — non abbiamo bisogno di un grande gesto di disobbedienza civile. Ma di trovare un nuovo modo di essere politici per evitare che la politica resti l’unico terreno su cui non attecchisce l’innovazione. Per portare la politica nell’unico tempo e nell’unico spazio in cui ancora può servire: il XXI secolo, e l’Europa.

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Deputato, membro Commissione VII (Cultura, Scienza, e Istruzione) e Intergruppo parlamentare su IA. Co-fondatore di Movimenta. Il resto qui: www.fusacchia.it

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