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Ho letto il resoconto di un sopravvissuto alla bomba atomica di Hiroshima. Raccontava i minuti successivi all’esplosione. Era diventato istantaneamente sordo. Aveva intorno immagini di orrore, ma non sentiva il rumore dell’orrore. Tutto era sospeso. Senza sentire, senza sentirsi, i suoi stessi movimenti gli sembravano al rallentatore. Era diventato impotente al punto di non poter dire alcunché neppure a se stesso. Al punto di non riuscire a sentire la propria voce.

Ieri sera mi sono sentito così. Stanotte mi sono sentito così. Da stamattina mi sento così.

Non passa.

E non è nemmeno agitazione. È l’opposto. Che non è la calma, però. Ma la paralisi.

Ho come il sospetto che in tanti, in queste ore, si stiano sentendo nello stesso modo. Investiti da un’onda radioattiva, invisibile eppure devastante sul nostro corpo. Come se fossimo una sottile membrana verticale traforata da un urto violento.

È complicato dire anche solo che cosa ti passa per la testa, come ti senti. Non fai in tempo a provare un sentimento che sei già al sentimento successivo, anche qui opposto e contrastante: dalla rabbia alla solidarietà, dalla remissione al desiderio di lasciar perdere tutto quello che hai fatto fino ad oggi, che fino ad oggi hai programmato, per metterti a lavorare su “questa roba qui” senza sapere nemmeno cosa voglia dire. Perché non è una catastrofe naturale in cui lo sai che devi metterti gli stivali e scendere per strada. Perché non è una guerra in cui lo sai che devi decidere tra combattere e scappare. É più il sentimento di uno stato di assedio. Nemmeno fisico. Uno stato d’assedio emotivo. Che non ti lascia scampo, che non ti permette di concentrarti su nient’altro.

In queste ore c’è chi sta capendo come esprimere solidarietà ai francesi; chi sta in fila per donare il sangue; chi sta pensando a come rendere meno vulnerabile la nostra sicurezza; chi sta ponderando cosa dovremmo fare in Siria o altrove.

E poi ci sono io, che invece mi ritrovo alle prese con un pensiero costipato. Col pensiero che, se teniamo davvero alla alla prosperità e alla solidarietà in questa periferia dell’Asia che chiamiamo Europa, ci sia allora una risposta sola a tutto ciò: il rafforzamento della nostra Unione.

Che non può più continuare ad essere un’espressione retorica e politicamente corretta, il pensiero facile che rassicura, l’algida frase fatta che non riscalda più nessuno — né i vecchi italiani o tedeschi, né i giovani greci o polacchi. Perché da troppo tempo ormai, da un tempo superiore alla capacità di ciascuno di noi di ricordare commuovendosi, non suscita più l’immagine di Spinelli a Ventotene, o l’immagine di Kohl e Mitterand che a Verdun si tengono per mano.

Ma solo l’immagine di una permanente (mancata) riforma dei trattati europei. O di un altro incontro dimezzato a Bruxelles. O di alchimie e bilancini istituzionali.

Quel rafforzamento, invece, che mi fa pensare ossessivamente — quasi fosse un’urgenza da sbrigare entro lunedì mattina — ad una mobilitazione di massa, ad una aggregazione non di tanti individui impotenti che riescono a malapena a dire che cosa non vogliono, ma di tante comunità sparse nei diversi paesi dell’Unione che insieme si organizzano per imporre nel dibattito pubblico prima, e ottenere nelle arene politiche poi, un massiccio investimento in cultura, istruzione, innovazione. In costruzione di opportunità.

La mobilitazione compatta di tante comunità che si credono piccole e sole, e che al contrario scoprono di avere insieme abbastanza voce per pretendere politiche comuni vere, spazi di libertà allargati, una cittadinanza europea che garantisca diritti e convivenza, meno negoziazioni sfibranti tra gli europei e più Europa che media nel mondo.

Abbastanza voce per contrastare la crescita di populismi e aggregazioni sociali e politiche che per cecità, opportunismo o per una qualche combinazione letale dei due, incoraggino allo scontro e alla costruzione di muri fino a ritrovarsi a guidare pezzi di Europa per un tempo sufficiente a condurci tutti, come nel videogioco dei lemmings, dritti dentro il burrone.

C’è uno spesso filo rosso che collega la crisi economica, l’arrivo dei rifugiati, il terrorismo, la disoccupazione giovanile, la trasformazione globale del mercato del lavoro, la fatica dell’onestà combinata con la leggerezza della corruzione, l’impoverimento sempre più diffuso, il peso crescente che sente questa generazione europea di mezzo, fatta di trentenni e quarantenni assillati dal rischio di dissipare l’eredità dei genitori prima di aver messo in sicurezza il futuro dei figli.

Mario Draghi qualche hanno fa, parlando di mercati, liquidità e banche, usò l’espressione “whatever it takes”, qualsiasi cosa serva.

Ieri sera la stessa espressione l’ho sentita ripetere al presidente degli Stati Uniti nel suo intervento sugli attentati. Ma da ieri sera continuo a chiedermi: il nostro vero whatever it takes, qual è?

Non può essere la proposta della Commissione europea, o la decisione di un singolo governo.

Ecco, io credo che sia la costruzione di questo movimento. L’ancoraggio di sempre più comunità del cambiamento ad una agenda politica chiara con la quale si abbandona ogni illusione di una Europa che si integra a piccoli passi.

Il nostro whatever it takes è unire i puntini, è costruire partendo da quel “meccanismo di reazione emotiva rapido” a cui gli europei ci stanno abituando di fronte alle immagini delle piazze ucraine, o delle spiagge turche, o della frontiera ungherese, o del centro di Parigi, per farne un “meccanismo di attivazione di cittadinanza europea maturo” con il quale orientare, chiedere, imporre progressivamente un’Europa sempre più unita, un’Europa che smette di inventare varianti sempre più sofisticate di ingegneria istituzionale e diventa davvero, finalmente e coraggiosamente, una democrazia unica.

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