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Edward Hopper, Secondo piano al sole, 1960

Dieci persone in difficoltà in questo momento.

Andrea, 50 anni, veneto. Di mestiere azzecca investimenti ad alto tasso di rendimento. Niente prole, scapolo d’oro. Lavora da sempre dodici ore contate al giorno. Ha capito subito quello che stava arrivando. Così ha preso l’essenziale, è montato in macchina, e ha lasciato il centro di Treviso per la seconda casa in montagna. Libri, prati, aria fresca. Passa le sere su zoom con tre amici che vivono in diverse città degli Stati Uniti. Stanno programmando la vacanza in giro per l’Australia che faranno non appena tutto questo casino sarà finito. Il lockdown gli ha fatto capire di aver bisogno di una pausa. Anzi, di un sabbatico. Ché la pausa forzata gliel’ha già imposta il governo. Ci sta, per carità. Non si lamenta. Sospetta anzi che gli farà bene.

Giorgia, 16 anni, piemontese. Mamma e papà dipendenti pubblici. Lei dirigente in Regione, lui funzionario in Comune. Sommando i redditi, non va male. Va bene a scuola, gliel’hanno chiusa la mattina in cui si erano accordate per fumarsi la loro prima canna. Ma tanto riapriranno. Vive in un moderno condominio residenziale con una grande corte interna. Quando non ha lezione scende, e con gli altri si mettono seduti uno per panchina, ben oltre la distanza minima di sicurezza, e si parlano alzando la voce e per lo più scrivendosi coi cellulari. Lei scrive particolarmente bene, la prendono in giro per la cura ossessiva che mette nella scelta delle parole. Si annoia spesso, ma non capisce neppure cosa sia che le manchi davvero. Ieri con la prof di lettere hanno fatto un gioco. Su cosa avrebbero voluto fare da grandi. Ma non potevano rispondere con un mestiere, tipo architetto o farmacista. Dovevano dire la loro giornata tipica, come avrebbero passato le ore. È rimasta colpita da quanti compagni di classe abbiano descritto spostamenti su spostamenti, da una città all’altra o anche dentro la stessa città. La nostalgia del traffico. Passa le sere cercando di tenere a bada il desiderio; il proprio corpo che freme. Ma tanto riapriranno.

Teresa, 54 anni, campana. Maestra. Convive con la madre anziana e passa le sere a sparecchiare, lavare i piatti, vedere la televisione. Le tiene compagnia e col tempo le ha insegnato a non pensare. La televisione, intendo, non la madre. Gode di buona salute, a parte un po’ di pressione alta che si trascina ormai da anni. Stipendio minimo ma dignitoso, e soprattutto, se tutto va bene, il prossimo anno sarà assunta a tempo indeterminato. Finirà questa apnea durata una vita intera. Certo, se tutto va bene, si ripete. Ché con quello che sta accadendo chi te lo dice che il governo non ricambia le carte in tavola un’altra volta. La mattina fa il collegamento coi bimbi della sua classe. Non è facile tenere l’attenzione dall’altra parte dello schermo. Ma non se ne preoccupa più di tanto. La rassicura vedere che stanno mediamente bene. Tutti. Oddio, tutti quelli che si collegano. Conta i minuti, poi schiaccia con forza sul bottone rosso e chiude la video-chiamata.

Claudia, 33 anni, emiliana. Attrice di teatro. Ogni mattina si sveglia e prova a inventarsi qualcosa da mettere online. Ufficialmente si dice che siamo tutti confinati dentro casa, cos’altro ci doveva capitare per dare libero sfogo alla fantasia, per prendere le misure alla nostra creatività? Sta scrivendo una commedia, si intitola «La primavera qui non prende». Ha molte altre buone piccole idee, le traduce in improvvisazioni, coi giorni sta raggiungendo un numero di like crescente, altre amiche e colleghe le hanno proposto di inventarsi cose insieme. Fa finta di non soffrire di claustrofobia. Convive da anni con Cristiana, dieci anni più grande di lei. Una partita IVA video-maker, sempre in giro per lavoro. Ad entrambe sta venendo il dubbio che vedersi poco sia stato ciò che ha salvato finora la loro coppia. Con la scusa di dover sbarcare il lunario e preparare il dopo, passano non solo le sere, ma giornate intere vedendosi pochissimo, chiuse in due stanze di pochi metri quadrati l’una, separate da un piccolo bagno con la maniglia della porta rotta.

Elena, 44 anni, toscana. Si occupa di gestione del rischio per una grande banca. Separata, due figli maschi in prima e terza elementare. Non stavano già fermi prima, l’idea di parcheggiarli davanti a un tablet a fare scuola a distanza è adesso semplicemente risibile. Non pranza mai, ogni giorno fa solo colazione prima che si sveglino e cena dopo averli messi a letto. Una specie di ramadan del genitore 1. Si sente, stranamente, un’incredibile energia addosso. Deve essere perché in questo momento non può permettersi nient’altro. Non un crollo psicologico, e nemmeno due linee di febbre o un mal di testa. A sua sorella è successo: proprio quando sembrava che avesse cominciato a respirare, non le hanno rinnovato il contratto con la scusa del coronavirus e non ha retto. Passa le sere sdraiata sul divano, a guardare il soffitto, con le mani intrecciate sull’addome, provando a fermare tutto. Poi si rilassa a immaginare cosa ci potrebbe accadere ancora. Il prelievo forzoso. Oppure l’uscita dall’euro. A forza di parlarne ci siamo convinti di averla esorcizzata. Mille lire. Maria Montessori. Chissà cosa avrebbe fatto lei, chiusa coi suoi due figli irrequieti dentro casa.

Roberto, 41 anni, lucano. È il capo della capa del capo di Elisa, anestesista, che incontreremo tra poco. Chi glielo avrebbe mai detto che sarebbe diventato un esperto di protocolli sanitari internazionali. Si sta giocando tutta la carriera politica con questa storia del Covid-19. Ha un’enorme responsabilità, è chiaramente una roba più grande di lui. Passa le sere a leggere carte e a rispondere a messaggi, senza capacitarsi di come gli sia potuto capitare di ritrovarsi in una situazione come questa: a decidere senza avere più il tempo di argomentare, di giustificare le proprie decisioni. Neppure coi compagni di partito. Neppure coi parenti. Sente solo che sta per arrivare il momento in cui non potrà più fare quello che gli raccomandano i medici. Anche perché da tempo i medici hanno smesso di raccomandargli una cosa sola. “Un giorno spiegherò tutto”, si ripete abbracciando il cuscino, con gli occhi finalmente chiusi.

Elisa, 29 anni, umbra. Anestesista, sposata con un collega. Sa benissimo che l’ospedale in cui lavora non è sicuro al 100%. Nessun luogo in questo momento lo è. Ogni volta che finisce il turno e rientra in casa si chiede se non sia stata contagiata, se a sua volta non contagerà qualcun altro. La madre che aveva appena iniziato a godersi la pensione, o il figlio di due anni. Un giorno le è salita la febbre, si è messa in quarantena. Primo tampone negativo. Secondo tampone negativo. Stress. Ha pianto per giorni e giorni senza sapere perché. Ma in quei giorni ha capito che si può morire anche di altro, non solo di Covid-19. Ha capito che comunque si muore sempre prima dentro. E che l’alternativa che hai non è tra rischiare e stare attento, ma quale rischio correre. La vita è questo. Da quando si è rimessa passa le sere in cui è di turno, nelle lunghe pause in cui non deve stare in sala operatoria, a progettare un’evasione.

Giuseppe, 55 anni, pugliese. È il capo di Roberto. Sarebbe uno anche timido e piuttosto riservato. In cuor suo detesta le conferenze stampa. Ma gli hanno detto che il leader ha il dovere di rassicurare i suoi. Si è reso conto di aver esagerato. Non tanto lui, ma tutti i suoi ministri. Si sono messi a copiarlo. L’album degli esperti. Con tanto di doppioni e di figurine che nessuno ha. Sta passando le ultime sere a scegliere i membri della prossima task force. Su un foglietto di carta ha appuntato i primi nomi. Tutti maschi, la cosa lo infastidisce ma davvero non sa che fare. Prende Padre Pio dal cassetto e lo poggia sulla scrivania. Giura che sarà l’ultima. La task force di «esperti di task force». La task force di quelli che sanno come farle, a cosa servono, a che condizioni funzionano. La task force di quelli che nella vita ne hanno già fatta almeno una. Farà ordine, ne è certo. Questa mossa non se l’aspetta nessuno. Prenderà tutti in contropiede.

Renato, 52 anni, marchigiano della costa. Cameriere in nero. O meglio, in regola per un pezzetto, il resto in nero. Da settimane a casa, il padrone è ricoverato ed è certo che il ristorante non riaprirà. Ha capito che gli spettava un sussidio, non ne ha mai avuto uno, se l’è immaginato come una sorta di mancia di Stato. Ha provato a fare domanda sul sito, ma è stato troppo complicato, ha desistito. Ha chiamato il sindacato, e appena possono lo aiuteranno. Ma deve capire che pure loro sono dei lavoratori, pure loro hanno i medesimi problemi, i genitori anziani, i figli a casa, lo smart working che qualcuno mi dovrebbe dire come fai, perché il sindacato crede nella carta, nella carne, ha bisogno di vederti, di toccarti, di aprirti la pratica davanti, lì di fronte a te, dall’altro lato della scrivania. Il sindacato deve guardarti in faccia. Suo figlio disabile è peggiorato negli ultimi giorni. L’insegnante di sostegno viene a trovarlo una volta a settimana, passa qualche ora con lui. Dentro casa. È illegale, sì. Ma almeno tra di noi ce lo diciamo che la legge è uguale per tutti gli altri. Per quelli normali, per quelli buoni a riempire le statistiche. Passa le sere a pensare che — dipendesse da lui — questa pandemia non la farebbe finire più. Si sta male, così. Ma almeno può dirsi che non può farci niente. Si sta male, ma sa che dopo potrà solo stare peggio.

Sergio, 78 anni. Siciliano. Si è fatto Pasqua da solo, nel suo villone enorme con vista sugli altri colli di Roma. Ha lasciato detto di non passargli nessuno per due ore e se ne è andato in giardino con Cent’anni di solitudine. Sono mesi che non riesce a leggere più di poche righe al giorno. Ci prova, a passare con Márquez la sera, ma è sempre troppo stanco. Quella mattina di Pasqua invece va. Dieci, venti, trenta pagine. A quel punto si ferma, poggia il romanzo sulle gambe con il pollice infilzato dentro a mo’ di segnalibro. Anche stavolta il tè si è raffreddato troppo in fretta. Guarda una siepe non distante, l’hanno tagliata con appena meno cura della volta precedente. Si dice che farà di tutto, ma che non sa come farà a reggere lo Stato. Fa altri pensieri inconfessabili. Poi rientra, chiede se qualcuno lo ha cercato. «Un lungo elenco che non hai bisogno di vedere subito», gli viene riferito. «Ah, come ogni mattina ha chiamato anche Giuseppe». Per alcuni secondi non reagisce. «Mi toccherà scaricarlo, questo Whatsapp», sorride al segretario. A quel punto si ritira nello studio.

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Nessuna di queste storie è del tutto vera. Tutte sono verosimili, alcune più di altre.

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Deputato, membro Commissione VII (Cultura, Scienza, e Istruzione) e Intergruppo parlamentare su IA. Co-fondatore di Movimenta. Il resto qui: www.fusacchia.it

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