Image for post
Image for post

Intervento di Alessandro Fusacchia, deputato della Repubblica eletto con +Europa e segretario di Movimenta, all’assemblea di Forza Europa — Milano, 21 aprile 2018.

Do una pessima notizia a Piercamillo [Falasca]. Apprezzo l’offerta di tesserarmi ma preferisco fare una donazione, sempre di 50 euro, a Forza Europa. Mi lascia una libertà di parola, oggi, che credo sia utile a tutti. Allo stesso tempo, ricambio invitandolo sin d’ora alla prossima assemblea di Movimenta, il 26–27 maggio a Bologna, e la pessima notizia è che da noi la quota associativa, per chi come lui ha più di 30 anni, è di 100 euro!

Parto con un aneddoto. Stamattina ero sul treno da Roma a Milano. Ad un certo punto alzo gli occhi dal computer perché sento un po’ di mormorio generale. Nel corridoio mi passano di fianco quattro persone, tra queste c’è Luigi Di Maio. Si vanno a sedere nel vagone successivo. Poco dopo arriva il controllore, mentre mi chiede del biglietto vede il tesserino della Camera dei Deputati che è poggiato sul tavolinetto, così mi si avvicina con circospezione e fa “senta, volevo farle una domanda…”, ed io “mi dica…”. Sta per farmela, ma a quel punto gli viene un dubbio. “Perché anche lei è dei Cinquestelle, no?”. Io sorrido. “Non proprio..”. A quel punto il controllore, quasi sorpreso che ci sia ancora qualcuno che non è dei Cinquestelle, con fare da entomologo mi chiede: “E allora di che partito è?”. Io capisco solo che non è il caso di stare a farla complicata: “Quello di Emma Bonino”. Mi guarda compiaciuto, non aggiunge altro. Stavolta vado io alla carica: “Ma quindi cosa voleva chiedermi?”. E lui: “ma no, niente. Non si preoccupi”.

Lo racconto perché questo episodio mi ha fatto pensare molto, e volevo lasciarvelo non a caso in apertura di questo mio intervento.

Per partire un po’ più ordinatamente, voglio ringraziare Piercamillo e Benedetto per avermi invitato a questo loro appuntamento, che mi pare importante anche per il momento in cui cade: all’indomani del fallimento di formare un governo M5S–centrodestra, e alla vigilia di altri tentativi.

Segnalo tra l’altro — così per dire — che come +Europa dovremmo farci qualche domanda alla luce di quello che sta accadendo. Lo dico ancora più chiaramente.

Non vorrei che ci concentrassimo sulla risposta, ma sulla vera domanda che si nasconde dietro. Manca oggi un luogo dove +Europa elabora la linea politica, ed io vorrei evitare di ritrovarmi a dover rispondere presto a domande come queste basandomi solo sul mio buon senso. Alla decisione rapida e maturata malamente — che porta poi spesso a dover trovare una scusa fantastica tipo “il contesto è cambiato” o “non ci eravamo spiegati bene” o “ce lo chiede l’Europa” pur di fare marcia indietro — preferisco un percorso in cui si discute anche di quello su cui pensiamo di essere già d’accordo, ma che quando porta ad una decisione non la rimette in discussione un giorno o una settimana dopo. Il Parlamento per il momento è fermo, ma i lavori potrebbero iniziare ed accelerare rapidamente. Come deputato di +Europa, come devo regolarmi?

Mi fa piacere, poi, vedere così tante facce. Aggiungo: così tante facce mai viste prima.

La scorsa settimana ero a Bruxelles, con Emma, Benedetto, Bruno, Silvja e altri. E c’erano tante persone, non solo il venerdì pomeriggio ma anche il sabato mattina, arrivate da tutta Europa.

Sono segnali importanti: vuol dire che il coinvolgimento che +Europa ha generato per molti è andato al di là della simpatia elettorale o del voto. E che siamo ancora in tempo per non disperderlo del tutto. Anzi, vorrei dire che siamo ancora appena in tempo per non ricreare quel vuoto che in politica non esiste e che qualcun altro a quel punto riempirebbe.

Voglio anche dire esplicitamente che mi sento a casa qui, ma che mi sento anche libero di parlare come qualcuno che non “compete” direttamente, che non ha un “interesse diretto”. E penso che sarebbe una mancanza di rispetto nei vostri confronti se non sfruttassi questa situazione unica, di sentirmi a casa pur essendo ospite, per non usare tutto il margine di libertà di parola che questa situazione mi offre.

Per questo vorrei approfittarne e condividere con voi alcuni ragionamenti, attorno a 3 blocchi.

Il primo blocco riguarda il passato recente. La campagna elettorale.

Personalmente ho sofferto la mancanza di un momento vero in cui, dopo il 4 marzo, si facesse un bilancio. Non frammentato, ognuno coi suoi. Ma tutti insieme.

Avevo sperato che questo momento fosse il primo Comitato nazionale di Radicali Italiani successivo alle elezioni. Ma poi, in quella sede, il Segretario ha buttato la palla sugli spalti annunciando la sua candidatura alla Segreteria di un altro partito, e le 48 ore successive sono volate via a discutere di quello.

Di recente c’è stato anche un seminario con i tre soggetti fondatori, ma anche in quel caso non c’è stato il confronto che a mio avviso sarebbe stato utile, su ciò che ha funzionato e su ciò che ha funzionato meno.

Voglio quindi approfittarne per offrirvi alcune riflessioni su ciò che è successo nella campagna elettorale. Non in quella generale, ma in quella condotta in Europa. Non perché ci siano dei parallelismi da fare con la campagna elettorale in Italia. Anzi, vi chiedo espressamente di non farli, perché comunque non avremo mai la contro-prova di cosa sarebbe successo facendo in Italia delle scelte differenti. Ma perché penso che ci siano degli elementi della campagna in Europa che possono essere interessanti in vista di quello che dobbiamo fare e costruire da oggi in poi.

Ricordo a tutti che in Europa abbiamo preso quasi 50 mila voti e fatto l’8%. Hanno contato enormemente la storia politica e la credibilità personale di Emma Bonino, così un richiamo non ambiguo all’Europa a partire dal nome con cui ci siamo presentati. Segnalo pure, tuttavia, che abbiamo fatto l’8% anche negli Stati Uniti, dove +Europa era una espressione leggermente meno immediata, segno che questo risultato neppure in Europa era tutt’altro che scontato, e che ci sono stati anche altri fattori che hanno concorso al successo.

Ne cito tre, tutt’altro che esaustivi e neppure necessariamente in ordine di importanza:

Nella circoscrizione estera la legge elettorale prevede un sistema proporzionale e concorrenziale puro tra tutte le liste. Ce la siamo vista brutta, perché la retorica del “voto utile” è stata fortissima: il PD è arrivato a fare dei volantini per dire di non votarci. Eppure questa competizione col PD ha aiutato ad accreditarci come una forza davvero diversa e nuova, soprattutto presso coloro che come alternativa non avevano questo o quel partito, ma il non voto. Alla fine degli incontri molti si avvicinavano e ci dicevano: “avevo quasi deciso di non votare, adesso voto voi”. Lo dico perché sappiamo tutti quanto sia importante allargare la torta, non solo prendersene una fetta.

Candidati che incarnavano il messaggio che stavano portando. Avevamo passione e argomenti a favore di un’Italia e un’Europa che vogliono costruire opportunità e che pensano che la mobilità geografica possa aiutare la mobilità sociale. Che pensano che serva rimettere in moto l’ascensore sociale, non sostituirlo con la lotteria sociale. Eravamo credibili nel dire che +Europa non era solo l’Europa dell’establishment (vero o presunto), o l’Europa dei vincoli, ma l’Europa che ritorna a farsi sogno e avventura.

In Europa ci sono le preferenze, e il rischio che ognuno si facesse la sua partita era serio. Senza una intesa e un lavoro come team, avremmo tutti trascorso la campagna elettorale tra Londra, Parigi, Bruxelles e Berlino. A competere per gli stessi voti, e senza permettere alla lista di massimizzare i voti nel suo complesso. Io per primo in 25 giorni ho visitato 22 città. Sono stato a Budapest, per citarne una, dove ci sono solo una manciata di italiani, se paragonati ad altre città. Dove elettoralmente parlando non aveva senso andare. Ma dove la nostra presenza ci ha permesso di mandare un segnale politico a tutti, grazie alla ripresa di quella tappa — come delle altre — che poi è finita online, e alla possibilità di dire che mentre la sorella d’Italia Giorgia Meloni andava ad abbracciarsi Orban, noi andavamo ad incontrare in un bar in maniera semi-carbonara gli italiani che si sono trasferiti in Ungheria. Questa tappa, però, io ho potuto farla perché altri candidati nel frattempo stavano aiutando anche la mia candidatura. Perché avevamo un progetto collettivo e non solo un obiettivo personale.

Lo sarò a lei e agli altri promotori che hanno incoraggiato e difeso la maniera in cui abbiamo deciso di condurre e prenderci cura della ciscoscrizione Europa. Ma il risultato che abbiamo fatto era tutt’altro che scontato. Anzi, sapevamo che era quasi impossibile e proprio per questo abbiamo corso e non ci siamo risparmiati.

Metà dei candidati — di quelli che incarnavano il messaggio, tra quelli che hanno saputo fare squadra per davvero — erano e sono soci di Movimenta. Soprattutto, il metodo di lavoro, così come la sensibilità e il taglio dato ad alcuni temi — la “curvatura del programma” fatta in diretta nel corso della nostra campagna elettorale in Europa — sono stati quelli che da un po’ di mesi abbiamo iniziato a sviluppare come Movimenta.

Il secondo blocco riguarda infatti il presente, riguarda ciò che, a partire da Movimenta, vorrei dire sui contenuti di +Europa.

Siamo nati la scorsa estate, a metà ottobre abbiamo fatto il nostro debutto in società, abbiamo iniziato a sviluppare le prime posizioni su alcuni temi che ci stanno più a cuore, poi abbiamo sostenuto e animato +Europa.

Ma perché parlo di Movimenta qui a Forza Europa? Perché, partendo da Movimenta, c’è una questione fondamentale che mi preme citare, dato che credo che sia dirimente per il presente e il futuro di +Europa. E che riguarda proprio i contenuti, il programma, il nostro posizionamento politico.

Non avendo in questa sala l’onere di fare sintesi alla fine della giornata, ci tengo a lasciarvi con due pensieri che so essere urticanti ma che confido vi torneranno utili nel dibattito che avrete nelle prossime ore. Perché ultimamente ci siamo concentrati troppo sulla scatola, sulla governance, su chi può aderire e chi no — e continueremo giustamente a farlo perché sappiamo quanto contino le regole. Ma sappiamo anche che se siamo qui, se abbiamo passione politica, è perché ci teniamo ad alcune battaglie, a lottare contro certe ingiustizie, a provare a rendere migliore la nostra società.

Il primo pensiero è questo. Capisco perfettamente che in un dibattito politico che ha avuto dell’incredibile, dove tutti la giocavano a chi la sparava più grossa, noi abbiamo sentito la responsabilità della serietà.

Capisco pure che laddove tutti arrivavano con ingredienti improvvisati che non avrebbero mai potuto stare nello stesso piatto, noi abbiamo provato a proporre una ricetta sensata. E capisco infine anche i tempi serrati e la concitazione con cui è stato inevitabilmente assemblato il programma.

Ma dobbiamo pure dirci che siamo finiti per essere visti come quelli che proponevano freni e vincoli, e che non siamo riusciti a spiegare la visione complessiva di società che c’era dietro. Siamo apparsi troppo distanti dalle preoccupazioni legittime delle persone. Non abbiamo mostrato alcuna empatia con chi sta in difficoltà, con chi non vede luce alla fine del tunnel. Anche quando parlavamo di giovani, di non ipotecare ulteriormente il loro futuro, non siamo riusciti a parlare a quelli non ancora convertiti, ad andare oltre quelli che in un modo o nell’altro ce la stanno comunque egregiamente facendo.

Noi sappiamo che tutto si tiene insieme, che c’è un ragionamento articolato dietro. Ma qualcosa non ha funzionato, e non penso che sia stato solo un difetto di comunicazione.

Lasciatemelo dire: noi abbiamo tutta la credibilità per rassicurare chi va rassicurato che non intendiamo far saltare i conti pubblici o scaricare il debito su quelli che verranno dopo di noi.

Ma abbiamo anche tutta la responsabilità di uscire dalla nostra zona di comfort e di-mostrare che non siamo establishment, che non siamo i privilegiati, non siamo i detentori di rendite. E che la nostra preoccupazione principale sono quelli che oggi non stanno con noi. Che ci facciamo carico di quelli che non stanno in questa stanza.

Il secondo pensiero è riferito all’Europa. Voglio essere molto netto e volutamente urticante su questo.

Che senso ha dire che vogliamo l’Europa federale invece di dire come ci arriviamo? E il come ci arriviamo, a mio avviso, prevede una ipotesi di ingegneria istituzionale — “a 27–28 non andiamo lontani”, “ci piace la doppia velocità”, oppure “ripartiamo dai Paesi che hanno la moneta comune”, e via di questo passo — ma prevede anzitutto una riflessione a monte:

  • le istituzioni sono bloccate, quindi capiamo come costruire opportunità sfruttando ciò che abbiamo non ciò che idealmente vorremmo, e quindi come rafforziamo questo spazio di mobilità, di studio e lavoro dove ciascun cittadino europeo se la può giocare in una casa più grande di quella nazionale;
  • le istituzioni sono bloccate, la meccanica classica di integrazione europea è bloccata, serve sviluppare politica paneuropea per fare in modo che si rilanci il processo. Su questo torno a breve.

Nei mesi a venire io penso che noi dobbiamo mettere attenzione a tutto questo. Lo faremo come Movimenta: rileggendo anzitutto la nostra proposta sul salario minimo e sviluppando una proposta sulla creazione e la crescita di impresa, organizzando approfondimenti su altri temi come la produzione di nuova cultura, e soprattutto facendo iniziative politiche su questi temi.

Lo faremo andando sui territori, in Sicilia sabato prossimo, in Veneto il 25 maggio, in Basilicata a giugno, per sperimentare forme nuove di ingaggio con le persone. Se ve lo cito qui, però, è perché non penso che questo possa essere solo il “pezzetto di Movimenta”, ma perché penso invece che debba diventare un pezzo centrale di quello che fa — anzi di quello che è, e che diventa — +Europa.

Arrivo a +Europa. È il terzo blocco, quello che riguarda il prossimo futuro.

Stiamo nel mezzo di un periodo di incubazione, speriamo di maturazione, certamente di grande introversione. La prova è che si discute di +Europa molto più all’interno di +Europa che al suo esterno.

Là fuori non ci siamo, o ci siamo pochissimo, e non solo perché siamo pochi in Parlamento.

Stiamo facendo il principale errore che non si dovrebbe mai fare in politica: ci stiamo muovendo senza tenere presenti i tempi della politica.

Tutti vogliamo costruire un progetto solido, ma dobbiamo anche evitare di farlo nascere morto, quando ci saremo già persi tutti coloro che ci hanno sostenuto e quando quel progetto che ha appassionato centinaia di migliaia di persone sarà solo un vago ricordo.

Vedo davanti a noi uno scenario molto interessante, fatto di grande confusione e scomposizione nel centro-sinistra, e quindi di grande opportunità per costruire, per occupare un vuoto, per rispondere ad uno smarrimento. Sandro Gozi è venuto a proporci di unire le forze, socialdemocratici e liberali. Non sono se sia la strada giusta, ma certamente conferma che la politica-come-l’abbiamo-conosciuta-fino-ad-oggi non esiste più.

A mio avviso è uno scenario dove possiamo diventare coloro che costruiscono un racconto ambizioso, radicale, diverso e capace di proporre discontinuità rispetto alla politica del passato ma anche rispetto alla politica “nuovissima” dei Cinquestelle.

Ci vogliamo preparare per essere noi la prossima discontinuità nella politica italiana?

Questo nel quadro non “anche” delle elezioni europee. Ma nell’unico quadro che valga la pena avere in mente, quello che porta tutto e tutti e guardare con grande attenzione e preoccupazione al maggio 2019.

Invece non stiamo facendo nulla di tutto questo.

Stiamo lasciando ad altri, ai Varoufakis e ai Macron, di innovare e tentare una via paneuropea.

Potremo pure non avere la forza europea per creare qualcosa di ulteriormente alternativo, ammesso che abbia senso. Ma il problema che vedo è che non mi pare stiamo avendo l’ambizione e la durezza che servirebbero anche solo per immaginarsela, questa alternativa. Possiamo unire le forze. Ma nessuno ha interesse per noi se noi per primi non sappiamo chi siamo, ancora prima di definire che vogliamo.

+Europa ha funzionato — se tanto o poco lo dirà la storia — perché si è presentata ed è stata credibile nel raccontare che era l’innovazione, la novità, il tentativo di costruire una avanguardia, di anticipare il futuro.

Non ce ne facciamo niente di una +Europa sorpassata dai fatti, o dai fatti di altri capaci di accreditarsi più e meglio di noi sulla necessità di costruire un’Europa diversa. Non ce ne facciamo niente di una +Europa “vecchia” alle prossime elezioni, politiche o europee. Di una +Europa che è solo “ciò che resta” di ciò con cui siamo andati alle elezioni del 4 marzo, invece che una +Europa che si ripensa e rilancia ulteriormente alla luce proprio di quanto ho richiamato sopra.

Per fare questo servono tante cose, serve azzeccare la ricetta. Ma a mio avviso è impensabile che non ci siano questi tre ingredienti:

1. IDENTITÀ

Che puoi vuol dire appartenenza. A chi appartieni? Di chi sei? Serve costruire qualcosa dove le persone possano aderire e contribuire. Per fare questo non ci basta una collezione di iniziative. Ci serve una visione di società. Ci serve, prima di tutto, costruire un luogo che le persone possano abitare come casa loro, e a quel punto certamente ci serviranno iniziative da portare avanti.

2. ORGANIZZAZIONE

Devono essere chiari tempi e modi di ciò che facciamo. Dobbiamo confrontarci, discutere, litigare. Ma quando organizziamo una riunione deve essere una riunione ordinata, con ordine del giorno, tempi di parola, e capacità di arrivare a sintesi. Basta liturgie, basta parlarsi addosso. Inoltre, deve essere chiara la strategia di crescita. Strutturale e sostenibile. Più di uno sostiene che +Europa debba diventare un partito paneuropeo a cui si possano iscrivere anche i cittadini ungheresi o francesi. Benissimo! Ma nessuno mi convincerà che questo sia realistico e fattibile — oltre che auspicabile — se non mi spiega e mi mostra che nel frattempo, e direi forse anzitutto, stiamo almeno riuscendo come +Europa a tenerci stretti gli italiani che stanno a Budapest o a Marsiglia.

3. LEADERSHIP

E qui dobbiamo dircela tutta, fino in fondo. Emma Bonino è stata, e resta, una straordinaria icona carismatica. Ma ci chiede — e a mio avviso ce lo chiede con grande senso di responsabilità e lungimiranza, proprio perché tiene al progetto — di smettere di vivere di rendita della sua leadership. Ha detto che vuole togliere il suo nome dal simbolo. Ed io dico che dobbiamo farci una domanda chiara, non solo capire con che ordine andremo tutti a cercarla per chiederle di ripensarci. La domanda è: ci facciamo carico o no di questa sua intenzione? Ci facciamo carico o no di dare a +Europa un futuro che vada oltre la stessa Emma Bonino? Oltre noi-con-Emma-Bonino? E allora, come scegliamo e costruiamo la nuova leadership, in una maniera che non sia la cooptazione o l’accordo a tavolino? Come diamo identità e organizzazione anche, e prima di tutto, attraverso un processo di emersione di nuova leadership che permette a +EUROPA di andare decisamente oltre gli iscritti dei suoi soggetti promotori diventando il partito, il movimento, di tutti coloro che si riconoscono anzitutto, e non anche, in +Europa?

Io penso che non c’è futuro se non prendiamo di petto tutto questo, perché continueremo a fare sempre ciò che si può, e mai ciò che si deve.

Penso che continuiamo ad essere tutti — ciascuno come può — garanti del processo, e che invece dobbiamo farci tutti garanti del risultato. Partendo dall’obiettivo per arrivare alla governance, non vedere che governance possiamo permetterci e poi cercare di partorire un obiettivo. Perché come la natura ci ha insegnato, sia la funzione a determinare la forma, non viceversa.

Penso, infine, che la scommessa sia riuscire a trasformare l’“effetto speranza” generatosi con la campagna elettorale e le elezioni in un “effetto fiducia”.

Sapete qual è la differenza tra speranza e fiducia?

Noi diciamo “spero che domani non piova”. Speriamo in qualcosa che non dipende da noi. La fiducia, invece, è nelle nostre mani. Sta a noi costruirla, alimentarla. La fiducia è il risultato di ciò che facciamo, o non facciamo. E credo che +Europa debba passare adesso dalla speranza alla fiducia.

Abbiamo fatto più del 2,5% e oggi ci danno già calati sotto all’1,5%. Molti di quelli che ci hanno votato avevano avuto la speranza di non buttare il voto, di vederci sopra il 3%. Adesso possiamo riprendere il cammino non se ricreiamo chissà come quella speranza, ma se costruiamo fiducia. Fiducia che siamo determinati, non auto-referenziali, e seriamente “al lavoro”.

Vi lascio con una citazione di Tommaso Moro, che qualche secolo fa aveva già capito tutto:

“Dobbiamo avere la forza di cambiare le cose che possiamo cambiare.

Dobbiamo avere la pazienza di accettare le cose che non possiamo in alcun modo cambiare.

Ma soprattutto, dobbiamo avere l’intelligenza di distinguere le prime dalle seconde”

Grazie, e buon lavoro!

Deputato, membro Commissione VII (Cultura, Scienza, e Istruzione) e Intergruppo parlamentare su IA. Co-fondatore di Movimenta. Il resto qui: www.fusacchia.it

Get the Medium app

A button that says 'Download on the App Store', and if clicked it will lead you to the iOS App store
A button that says 'Get it on, Google Play', and if clicked it will lead you to the Google Play store