Agenzia Nazionale della Ricerca: può ancora finire bene.

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“Come mangiano gli animali a due teste?”, Focus.it, 17 agosto 2017

Con la Legge di Bilancio attualmente all’esame del Senato verrà costituita l’Agenzia Nazionale per la Ricerca. All’articolo 28 sono previsti 25 milioni di euro per il 2020, 200 milioni per il 2021, 300 milioni all’anno a partire dal 2022.

Se ne sta parlando poco, decisamente meno di quanto sarebbe utile e auspicabile, tutti presi dal dibattito su prescrizione, sugar tax, sardine, o Alitalia.

Il nome è probabilmente ambiguo. Quando (non troppi) anni fa ero al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (Miur) ricordo che il dibattito su un’Agenzia Nazionale riguardava l’opportunità di un coordinamento delle politiche della ricerca, che sono in capo al Miur ma non solo, perché anche Salute, Difesa, Agricoltura o altri ministeri hanno i loro pezzi di ricerca e ci si interrogava su come evitare duplicazioni e fare massa critica degli investimenti sui diversi filoni di ricerca senza però esautorare proprio il Ministero che ha nel proprio nome la parola “ricerca”. Da allora, e per anni, il dibattito ha oscillato tra la necessità, da un lato, di avere questo coordinamento a Palazzo Chigi (nessun ministro si farebbe coordinare da un suo pari grado) e, dall’altro, di non separare ricerca e università, così come di non svuotare di ruolo di indirizzo del Miur.

Sempre negli ultimi anni — e anche qui ricordo che la prima volta me ne parlò un collega che aveva all’epoca un ruolo di primo piano al MEF — alla parola Agenzia è stato progressivamente associato anche un altro significato, completamente diverso.

Un significato che rimanda ad una struttura snella capace di fare bandi di ricerca competitivi su priorità strategiche di “politica industriale della ricerca”. Secondo uno schema che prevede di fissare alcune linee di investimento e di invitare poi tutti gli attori pubblici e privati — università, enti di ricerca, imprese, ecc. — a candidarsi e partecipare con propri progetti all’assegnazione delle risorse. Quindi poche priorità, ciascuna sostenuta da un (relativamente) cospicuo finanziamento, anche per potersi posizionare nel panorama europeo e internazionale come Paese interessato ad alcuni specifici filoni di ricerca. Ricerca più applicata che di base, ma sapendo che pure questa è diventata una separazione non sempre utile. In ogni caso, qualcosa di extra rispetto ai programmi di ricerca del Miur, e senza alcuna pretesa di fare un coordinamento delle politiche attualmente esistenti.

L’attuale articolo 28 della Legge di Bilancio contiene entrambe queste esigenze, e anche altro: parla di coordinamento e di fondi competitivi, e assegna alla nuova Agenzia tanti altri compiti a tutto campo.

Su tutto questo c’è stato sempre in passato un confronto vivo (sono diplomatico) tra Palazzo Chigi e Miur, e non stupisce che anche in questa occasione si sia riprodotto. Il Miur legittimamente rivendica più risorse per le attività di ricerca delle università e degli Enti Pubblici di Ricerca; Palazzo Chigi ritiene che serva anche altro; in generale tutti ravvisano che la ricerca italiana sia frammentata, tra risorse pubbliche, per non parlare delle mancate sinergie tra ricerca pubblica e privata; e che gioverebbe individuare alcuni filoni di ricerca su cui investire pesantemente nell’interesse generale del Paese. Non è certamente facile promuovere tutti questi interessi. Ciò non toglie, però, che la norma così com’è metta insieme cose diverse e mischi queste diverse esigenze tutte legittime. Per voler fare tutto, il rischio è che alla fine non si ottenga molto.

il risultato finale di questo “confronto” tra Palazzo Chigi e Miur, se non si interviene in queste ore, sarà un ibrido che non aiuterà a raggiungere le finalità prefissate da chi ha scritto la norma e voleva uno strumento per coordinare le politiche della ricerca e/o fare bandi di ricerca competitivi legati allo sviluppo industriale del Paese; e nemmeno d’altro canto aiuterà a portare più risorse alla ricerca pubblica italiana attraverso un incremento dei capitoli di bilancio storici del Miur.

A questo punto, cosa penso che andrebbe fatto, considerando che ci sono anni di spinte centrifughe sulla questione dell’agenzia della ricerca, che non partiamo certo da un foglio bianco, e che l’esame della Legge di Bilancio sta avvenendo in queste ore e il tempo per correggere la rotta è limitato?

Scegliere. Aiuterebbe questo: scegliere.

Personalmente — a come si sono messe le cose — ritengo che avrebbe senso fare dell’articolo 28 lo strumento che fa partire una “politica industriale della ricerca” attraverso bandi competitivi , verificando contestualmente (ma separatamente) le condizioni per perseguire le altre finalità, a partire da quella di un coordinamento delle politiche della ricerca portate avanti dalle varie articolazioni del Governo.

1/ Eviterei di chiamare agenzia quello che di fatto dovrebbe avere (nell’ipotesi in cui alla fine si limitasse a fare bandi per ricerca competitiva) la forma di un fondo. Vale a dire, una struttura snella che eroga finanziamenti. Tra l’altro, la parola “fondo” richiama molto strumenti finanziari che hanno un certo margine di discrezionalità (che non è arbitrio) e agilità nel gestire procedure, assegnazioni di risorse, e quant’altro.

2/ Il fondo dovrebbe essere gestito da un CdA di professionisti: esperti di ricerca industriale, finanziamenti competitivi e così via. Ci potrebbero essere nel CdA i rappresentanti dei principali ministeri interessati, magari con una sorta di golden share congiunta di 3 ministeri chiave: Miur, Mise e Mef. Assieme a scienziati di chiara fama internazionale.

3/ Il fondo dovrebbe ricevere le grandi linee strategiche dal Governo (adottate da una variante del CIPE composto dai soli ministri interessati e su proposta dei due ministeri chiave Miur e Mise) e poter operare con regole molto semplificate, fuori dai vincoli pubblicistici (che non vuol dire senza regole o senza meccanismi di accountability)

4/ Definite le grandi linee strategiche (v. punto 3), si potrebbe pensare ad un meccanismo di “emersione” delle priorità di investimento, avviando nuovi progetti di ricerca in collaborazione pubblico-privato per rispondere ai problemi concreti della società, partendo dalle grandi questioni del nostro tempo e con l’obiettivo di mettere l’Italia in prima linea su alcune industrie del futuro. Tra queste potrebbero esserci: (1) crescita green: innovazione per tenere puliti l’aria, la terra e il mare; (2) cultura: soluzioni per rafforzare il ruolo della cultura e del patrimonio culturale come motore per la crescita sostenibile nelle aree urbane e interne; (3) futuro delle infrastrutture e della mobilità: innovazioni finalizzate ad aumentare la capacità, l’accessibilità e la sicurezza nell’attuale sistema di trasporto; (4) benessere della società: per aiutare a soddisfare le esigenze di salute e non solo, di una società sempre più longeva ma diseguale. Si potrebbe realizzare una grande consultazione pubblica nazionale per mobilitare cittadini, ricercatori, imprese e individuare in modo partecipato le priorità, i bisogni e le risorse sulle quali investire. Sarebbe una campagna anche di riavvicinamento della scienza ai cittadini, portatori di bisogni e soluzioni. Per ciascuna delle 4 macro-aree si potrebbe quindi arrivare a lanciare 1–2 sfide specifiche: problemi molto concreti che richiedono soluzioni innovative concrete e con capacità di trasformare l’intera società. Su ciascuna delle quali mettere un bel po’ di decine di milioni di euro.

Ho letto proprio oggi che la Commissione europea sta per autorizzare aiuti di Stato per il valore di 3,2 miliardi di euro per fare ricerca e sviluppo in nuove batterie. Sarebbero coinvolte un bel po’ di aziende di 7 diversi Paesi europei , tra cui l’Italia. Mi pare una rivoluzione di approccio e un passo molto interessante da parte della nuova Commissione. Ecco, uno potrebbe dire che attraverso questa agenzia-ribattezzata-fondo l’Italia arriva a definire poche priorità strategiche del-tipo-delle-nuove-batterie, su cui mettere risorse significative per ricerca e da scegliere magari proprio in base alla capacità di unire gli sforzi con altri partner europei. Per segnalare, dentro e fuori il Paese, su che industrie del futuro l’Italia abbia deciso di scommettere.

Resterebbero a quel punto due problemi reali:

(1) le limitate risorse per la ricerca di base, per le università e gli Enti Pubblici di Ricerca, dal CNR in giù. Ma questo fondo non sarebbe più percepito come una deroga, uno “scippo” alla ricerca pubblica italiana, perché sarebbe semplicemente un’altra cosa. Legato molto di più alla ricerca applicata, e a cui anzi università e enti pubblici avrebbero l’opportunità di accedere presentando domanda per concorrere all’assegnazione di fondi competitivi.

(2) gli uffici del Miur che si occupano di ricerca sono pochi e con personale limitato. Per far sì che possano occuparsi davvero di dare indirizzo ed esercitare la vigilanza, facendo quindi un monitoraggio efficace su quello che fanno gli Enti Pubblici di Ricerca, servirebbe o più personale oppure… togliere al Ministero l’onere di fare i bandi! Stabilito l’indirizzo politico e strategico, un’agenzia esecutiva (l’aggettivo fa la differenza) potrebbe benissimo occuparsi dell’attuazione, gestendo tutte le procedure. Quando negli anni ’90 la Commissione europea iniziò a smettere di fare solo proposte legislative e cominciò a fare anche management delle politiche e quindi bandi, si ingrassò e alla fine si ingolfò. Perse di vista il suo ruolo strategico, uccisa dalla gestione. Decise quindi di esternalizzare questa funzione più esecutiva e recuperò la sua missione appena in tempo. Potrebbe essere la strada anche per l’Italia, con un’agenzia che intervenga però a valle, e non a monte, del Miur. Mentre un fondo per la ricerca applicata aiuterebbe la politica industriale del Paese e il raccordo con la ricerca applicata in Europa; e mentre chiaramente più risorse andrebbero messe anche su università e ricerca pubblica di base.

Questo può farlo il Consiglio dei Ministri, o una variante del CIPE, adottando una strategia chiara che faccia sinergia delle varie politiche della ricerca dei diversi ministeri, ma capace di lasciare poi a loro fare ciascuno il pezzo di attuazione della strategia che gli compete, con un ruolo di primus inter pares riservato al Miur. Ma serve una governance snella, che definisca chiaramente chi dà l’indirizzo, chi attua e con quali strumenti a disposizione.

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Deputato, membro Commissione VII (Cultura, Scienza, e Istruzione) e Intergruppo parlamentare su IA. Co-fondatore di Movimenta. Il resto qui: www.fusacchia.it

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